L'essere umano, come disse G.I. Gurdjeff, mistico armeno, è frammentato. Non ha un quello che Gurdjieff definiva "centro di gravità permanente". Non esiste in realtà qualcosa chiamata identità. Noi costruiamo una cosa chiamata "identità" nelle nostre relazioni prendendo in prestito, per imitazione, pezzi dell'identità degli altri significativi. Curioso che il termine personalità derivi dal greco di Persona (maschera). Ognuno di noi possiede tanti "Io" quante sono le maschere che indossa a seconda delle situazioni sociali per ottenere quello che la sua personalità desidera. Siamo biologicamente programmati all'attacco e alla fuga e solo attraverso un percorso di crescita interiore e un lavoro su se stessi si può andare oltre la propria natura animale.
La Psicoanalisi all'inizio del Novecento ha introdotto i concetti di proiezione e identificazione. Noi proiettiamo sugli altri i contenuti inconsci della nostra stessa mente e ci identifichiamo con le persone che invece rispecchiano parti di noi che abbiamo integrato e di cui siamo più consapevoli: "la realtà ci fa da specchio. Vediamo solo ciò che siamo".
Se avvertiamo fastidio di fronte a qualcuno quel fastidio è dentro di noi non all'esterno, ciò significa che il problema è in noi e non negli altri, qualsiasi cosa dicano o facciano. Questo non significa non prendere delle decisioni e fare delle scelte per se stessi ma essere sempre connessi con il proprio sentire, centrati in quello che succedere dentro di noi.
Lise Baurbeau ha ripreso il concetto parlando delle cinque ferite. Secondo l'autrice noi attiriamo per risonanza le persone che hanno le nostre stesse ferite con lo scopo evolutivo di curarle. Scappare dal dolore non ci aiuterà quindi a risolvere quella ferita. Quando proviamo fastidio o rabbia verso qualcuno è necessario chiedersi: "quale parte di me, che non voglio vedere, riflette questa persona?" Per usare il linguaggio dell'Alchimia, tutto ciò che ci da fastidio è ciò su cui dobbiamo lavorare per trasmutare il nostro Piombo in Oro. L'altro quindi ci facilita il lavoro interiore perché ci da il materiale, la pietra grezza, su cui costruire il nostro diamante. Il Perdono, allora, se veramente c'è qualcosa da perdonare all'esterno, si ha quando rivedendo quella persona che crediamo ci abbia fatto del male ci rendiamo conto di non provare più emozioni negative nei suoi confronti ma indifferenza, per i più fortunati un segreto senso di gratitudine per il dono che ci ha fatto di costringerci a lavorare su noi stessi.
Allora... e solo allora... arriverà il Per-dono. Che è sempre un dono verso se stessi e mai verso l'altro. Io mi perdono per provare quel sentimento verso una parte di me che l'altro ha portato alla luce. Il dono lo faccio a me stesso e non all'altro, che in fondo ha solo fatto quello che in quella situazione e con quella personalità, forse, non poteva diversamente.
Tiziano Cerulli

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