giovedì 27 luglio 2017

Pacificare le immagini del passato



"Il passato è passato e va lasciato alle spalle!" Quante volte ce lo siamo sentiti dire? E' Vero. Il passato non c'è più e quello che abbiamo vissuto in passato resta vivo solamente nella nostra memoria. La nostra mente registra delle rappresentazioni interne degli eventi vissuti ma queste rappresentazioni che sono fondamentalmente immagini, interpretazioni degli eventi, sono filtrate dalla memoria in base al nostro vissuto e alla nostre caratteristiche di personalità. Lo stesso Freud durante le sedute psicoanalitiche con i pazienti scoprì che spesso i traumi di violenze non erano che fantasie infantili di fatti che in realtà non erano mai avvenuti.
Spesso non riusciamo a fare pace con il nostro passato perché non ci rendiamo conto che qualsiasi cosa abbiamo vissuto è stata costruita nella nostra mente nella relazione con un altro essere umano. Non sto dicendo che le violenze subite siano sempre fantasie ma che qualsiasi esperienza vissuta viene interpretata in maniera soggettiva.
Se la natura, che ne sa piu' di noi, ci ha dotato della memoria è proprio per custodire i ricordi: apprendiamo per imitazione e impariamo dalle esperienze vissute nel bene e nel male... senza memoria ci troveremmo a ripetere gli stessi errori e ad abitare costantemente le stesse immagini.

Ricordare significa riportare al cuore

La maggior parte delle persone non ricorda ma recupera informazioni... spesso distorte. E' un processo automatico dove non c'e' sforzo, non c'e' volontà, dove non ci si da la possibilità di riportare le immagini al cuore e creare uno spazio di comprensione. E nel cuore che si può fare pace con i ricordi e le immagini che abbiamo abitato e che abitiamo ancora.

Qualche anno fa mi trovai a rileggere le mail e le chat inviate nel corso di due anni durante una relazione finita. Fu illuminante per me scoprire le motivazioni, spesso dettate da insicurezze personali, per cui due persone trasformano un sentimento profondo in una stupida guerra senza vincitori. Recuperare mail e lettere ci aiuta anche a capire se ricordiamo con rabbia o con amore... se diamo ancora le colpe a noi stessi o piuttosto all'altro. E' uno specchio sul nostro mondo interiore.
La costruzione di senso della mente cerca una logica che non c'è. La logica può aiutarci fino a un certo punto nell'elaborazione degli eventi ma il passo decisivo è quello di capire che le cose sono andate come dovevano andare e non potevano andare diversamente. E' necessario lasciare andare.




La visione immaginale orientale e quella occidentale

Nella psicologia del buddhismo, come ci ricorda Mark Epstein nel libro "pensieri senza un pensatore", la sofferenza è rappresentata dalla ruota della vita (samasara) e dai sei regni dell'esistenza che gli esseri umani percorrono all'infinito nel ciclo di morte e rinascita. L'idea di fondo insita in questa immagine è che le cause delle sofferenze sono i mezzi stessi della liberazione e che noi siamo gli unici che possono scegliere se metterci nella prospettiva della prigionia o della schiavitù dal dolore attraversando, per esempio, i regni animali e infernali o nella prospettiva del risveglio, la mente del Buddha, e che si ottiene passando per le esperienze del regno umano.
La mente seleziona i ricordi e distorce queste immagini attraverso l'attaccamento, l'odio e l'illusione. Non sono le immagini in sé a provocare la sofferenza ma la nostra percezione di queste immagini.
La psicologia occidentale invece ci insegna che sono i pensieri automatici e fuori dal nostro controllo  a creare una mente nevrotica. Ecco che le immagini orientali diventano una metafora delle nostre esperienze di dolore o al contrario di gioia. Nel Buddhismo è infatti la riconciliazione e la compassione che ci porta alla liberazione dalla sofferenza attraverso la chiara visione degli eventi. La liberazione si conquista modificando la percezione degli eventi e non continuando ad abitare i regni infernali ma neanche quelli celesti tanto propagandati dal movimento new age.

Quale soluzione?

Noi siamo creatori di storie e le nostre storie ci raccontano dei ruoli che recitiamo nell'incontro con l'altro. Se vogliamo cambiare non possiamo alimentare le stesse immagini all'infinito. Se ci raccontiamo e raccontiamo agli altri sempre la stessa storia non potremmo che rivivere sempre le stesse esperienze vivendo nei sei regni identificati dal buddhismo. La mente ci inganna perché una mente nevrotica è una mente che non trova pace e che non ha compreso che le esperienze non si possono modificare ma si può modificare la percezione e l'interpretazione di quelle esperienze.
Il cuore invece sa. Torniamo sempre al cuore e iniziamo a scrivere storie migliori per noi stessi.

Tiziano Cerulli

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